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Complici di un disservizio social-mediatico: perché non abusare del Facebook Safety Check

È lo strumento ideato da Facebook per contattare, in caso di disastro, come calamità naturale o attentato, tutti gli utenti che si trovano nell'area interessata e mandarne notifica agli amici. Basta cliccare il bottone "I'm safe" per rassicurare tutti. Ma con quale criterio viene attivato il Safety Check? Questo è il punto più criticato

Ero rimasta sola in ufficio con Valeria, dopo una riunione durata tutto il pomeriggio, in assoluto silenzio, quando abbiamo avvertito una leggerissima, quasi impercettibile, onda annunciata pochi attimi prima da un rumore. Non era chiaro se si trattasse di vento ma, dal vetro della porta, abbiamo notato come altri colleghi si fossero spaventati e si fossero scaraventati giù per le scale. Nel giro di qualche minuto, il coworking si era svuotato e noi ci siamo guardate in faccia chiedendoci: “Ma quindi era un terremoto?”.

Sì, lo era. Era stato subito chiaro per noi che non ce l’avevamo sotto i piedi ma che stavamo avvertendo le vibrazioni e, da chissà dove, la terra si stava liberando da energie accumulate in abbondanza. Probabilmente era stato anche forte. Eravamo una lucana e un’abruzzese.

La sera precedente ai fatti, parlando a telefono con mia madre, commentavo lo strano cambiamento climatico dicendo “mamma, hai presente quel caldo afoso che c’è prima di un terremoto? Sembra proprio quello”.

Poco più tardi, proprio mentre rientravo a casa, a quanto pare c’era stata un’altra scossa, più forte, che aveva spaventato Roma. Qualcuno mi ha detto con gli della preoccupazione: “È la prima volta che lo vivo”. Iniziava a piovere forte, l’aria stava cambiando di nuovo. Il giorno successivo faceva freddo, un vento sembrava stesse spazzando quell’energia calda che era scoppiata dal basso.
Oggi c’è stata una nuova scossa, dopo quelle che si sono già susseguite nei giorni scorsi nel centro Italia e che ha distrutto molti paesi nel maceratese, ed è stata sicuramente una delle più importanti. È difficile restare calmi e non farsi prendere dall’agonscia soprattutto guardando quello che i media stanno diffondendo su tutti i canali per informare le persone di quello che è stato classificato come il terremoto più forte dopo quello dell’80 che colpì l’Irpinia.

I social media fanno la loro parte: parola dopo parola, foto dopo foto, distorsione dopo distorsione, la paura e la rabbia si diffondono velocemente e si perde il senso della realtà. Arrivano notifiche su Facebook, “Sto bene”, “sto bene anch’io”, e la gente clicca, prova, commenta. Dà fastidio non sapere e dà fastidio sapere troppo. Cosa significa che state bene? Anche voi siete stati colpiti dal terremoto? Perché non lo hanno detto alla televisione?

Io ho deciso di non cliccare su quel tasto, nel pieno rispetto di chi sta vivendo un momento davvero traumatico e di chi, prima che accadesse in Italia, ha vissuto esperienze di emergenza altrettanto gravi. Facebook, dal canto suo, non può essere contestato. Sta facendo il suo dovere nel momento stesso in cui, decidendo di attivare il servizio per la nostra popolazione  – e, va anche detto, sperimentare nuovamente un servizio che ha ancora bisogno di essere testato – mette a disposizione degli utenti qualcosa di utile.
Il motivo di tanto disprezzo, in queste ore, verso l’utilizzo dello strumento, non va cercato secondo me nella tecnologia a nostra disposizione, ma ancora una volta nel fattore umano che c’è dietro: le nostre teste, i nostri sentimenti e le nostre mani.
Lasciamo che a usare il Safety Check sia chi possa trovare davvero giovamento per sé e per la sua famiglia, e non diventiamo complici di un potenziale disservizio.

The Facebook Safety Chech durante il terremoto in Italia dell'ottobre 2016

Cosa sta succedendo davvero là fuori mentre i paeselli dell’Appennino crollano?

“Immagina che tua madre, tuo fratello o il tuo migliore amico siano in vacanza da qualche parte quando qualcosa di terribile accade proprio lì, un disastro naturale, come uno tsunami o un terremoto, o una tragedia causata dall’uomo, come una bomba. La prima cosa che vorrai sapere è se la persona che ami è salva e al sicuro. Il Facebook Safety Check può aiutarti” scrive la giornalista americana Talitha Linehan per SpeakUp (settembre 2016), la rivista con cui esercito il mio inglese.

Aiutata da Chris, il mio coach madrelingua che ha messo in piedi il progetto The Business End, ho deciso allora di rinfrescare questa lettura e tradurla per il mio blog, cercando di fare doppia cosa utile, a me e a chi legge, per spiegare, come una buona “social media expert” che si rispetti, che cos’è e in che modo andrebbe usato quel tastino.

Il Disaster Message Board in Giappone: il primo rilascio del servizio Facebook per le emergenze

Giappone: la prima versione del servizio Facebook Safety Check per le emergenze
L’idea del Facebook Safety Check è stata originata dopo il terremoto del Tōhoku e lo tsunami in Giappone del 2011.  Gli ingegneri di Facebook della regione crearono il “Disaster Message Board” che diventò, successivamente, il “Facebook Safety Check” e che venne usato per la prima volta dopo il terremoto in Nepal che uccise oltre ottomila persone, nell’aprile 2015. Successivamente venne utilizzato anche dopo i terremoti in Cina, Afghanistan e Cile, e dopo gli attacchi terroristici di Parigi, Bruxelles e Nizza.

 

 

Il record delle notifiche in Nepal

Quando si verifica un disastro o un attacco, il Facebook Safety Check si attiva e manda un messaggio a tutti gli utenti della regione, chiedendo loro se stanno bene. Se si risponde positivamente al messaggio, allora Facebook chiede se sono al sicuro e, se la risposta anche in questo caso è positiva, il tool invia una notifica a tutti gli amici per dare loro la buona notizia.

Dopo il terremoto in Nepal, oltre sette milioni di persone del luogo risposero al messaggio e il programma generò oltre 150 milioni di notifiche.

Critiche

Alcuni (nell’articolo non viene specificato chi, ndr) hanno criticato il tool per varie ragioni. Quando fu attivato dopo la prima esplosione delle bombe a Parigi nel novembre 2015, la gente si lamentò del fatto che non fu attivato anche dopo le successive esplosioni negli altri angoli della città che stavano subendo l’attacco, così come invece era accaduto altrove nel mondo, in particolar riferimento al precedente attacco suicida nel Beruit che uccise oltre 40 persone.
Il CEO di Facebook, Mark Zuckerberg, rispose alle critiche sostenendo che la policy prevedeva l’attivazione del servizio solo dopo un disastro naturale, ma che, dopo quello che era accaduto con gli attacchi terroristici di Parigi, sarebbe stato modificato per includere anche le tragedie avvenute per mano dell’uomo.

Fuori uso

Quando si verifica un disastro o un attacco, spesso i servizi telefonici e Internet vanno fuori uso, sia per via di danni fisici alle infrastrutture, sia per perché troppe persone contemporaneamente cercano di utilizzarli. Di conseguenza diventa impossibile per la gente anche accedere anche a Facebook, così come rispondere ai messaggi o vedere il check fatto, intanto, dai propri amici.
La società di Facebook sostiene che continuerà, perciò, a evolvere le sue policy in relazione al Facebook Safety Check: “Aiuteremo tutte le persone allo stesso modo”, sono le parole di Zuckerberg, “ed è nostra intenzione continuare a lavorare duramente per sostenere, in tutti i modi possibili, la gente che soffre in queste o in altre situazioni”.


 

Io e Chris abbiamo deciso di lavorare sull’articolo in questione e di pubblicarlo, su queste pagine, in doppia versione, con commenti da parte di entrambi, io come studiosa dei social media e lui come insegnante di inglese, mettendo a disposizione qualcosa che ci auguriamo possa essere utile a chi avrà voglia di leggerci. Leggi la versione in lingua originale con le sue note.