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Giornalisti imprigionati nella rete: la libertà in una mossa

di mercoledì, 5 Ago 2015

Quando è nato questo discorso, a fine giugno, io e Michele eravamo ognuno dietro al suo account Twitter.  Avevo iniziato a leggere il suo ultimo libro, Giornalismi nella rete, direttamente online e ho sentito subito il bisogno di confrontarmi direttamente con lui su quanto afferma in quelle righe. Tra un 140 caratteri e l’altro, lui mi parla di Facebook come edicola del mondo, di Google come califfo del software, parla di condivisione di dati social facendomi visualizzare, parallelamente, le trasformazioni urbane a cui diamo forma con la mole di dati pubblicati. Così l’ho incontrato qualche settimana più tardi per un pranzo a Napoli, lui finiva la sessione estiva degli esami universitari così, oltre a rispondere sul libro, ha dovuto farlo su decine di mie domande che riguardavano persino i suoi studenti e i programmi didattici che fa studiare loro. Il discorso non si è mai concluso, perché ce lo siamo trasportati a telefono, via email fino a oggi e il suo tono è rimasto sempre appassionato, coinvolgente. Una particolarità che ho notato è anche quando afferma concetti duri, si astiene sempre dal rimprovero. Dal vivo Michele è proprio come come nel libro, come su Twitter, come lo leggete qui. Lui filosofeggia, fa libere associazioni, alza il sopracciglio quando pensa, romanza un caso studio, ti ascolta e non si perde una sola parola di quello che dici. Le sue stesse frasi ti fanno entrare nel feed di cui parla. Ha sicuramente un pensiero eclettico, radicale, ma è semplice il flusso di comunicazione con lui.

È proprio questo che fa della sua proposta di lettura qualcosa da non farsi mancare, secondo me, perché di libri sul giornalismo ne sono piene le librerie, ma testi illuminanti sul cervello dei giornalisti, sul potere del negoziato e sull’arte di trasformare la società grazie all’informazione che tutti, dal basso, facciamo, difficilmente se ne possono trovare. Il libro è nato sul web, vive un’incarnazione anche nella carta, ma continua a rinascere tra QRcode e approfondimenti ipertestuali in quel cantiere permanente di idee che continuerà ancora ad elaborare.
Ho deciso di pubblicare quello che ci stiamo raccontando perché ho capito che non la finiremo tanto presto. E intanto siamo già ad agosto.



Sul tema Narrative Science, a proposito di robot che sostituiscono gli uomini, in un tuo articolo sull’Huffington Post (Chi negozia l’algoritmo in redazione?) hai utilizzato questa espressione: “È come se, vedendo che un nostro amico compra una bicicletta, si annunciasse la fine del motore a scoppio”, riferendoti ai casi della riconversione di Twitter e di Apple che, ripudiando i propri dispositivi di intelligenza artificiale, sarebbero diventate “cooperative di copisti benedettini”.
In pratica è in atto una guerra dell’algoritmo in cui, alla fine, l’uomo “scribacchino” si salva?

Con la metafora della bicicletta rispondevo ad alcune posizioni di miei colleghi giornalisti che salutavano la fine dell’algoritmo perché leggevano della decisione di Apple di assumere alcune decine di giornalisti per supportare la propria piattaforma di news. Io credo invece che il tornante che è stato imboccato, diciamo già nel cuore degli anni ’70, sia proprio alla fase iniziale di un cambio epocale che vedrà la potenza di calcolo, e in particolare il sistema di gestire automaticamente la vita mediante istruzioni algoritmi, proprio all’inizio di una progressione destinata a trasformare radicalmente la nostra vita. Certo che vi saranno, soprattutto all’inbizio, fase di transizioni in cui conviveranno modalità e comportamenti ancora basati sull’artigianalità umana, ma il trend mi pare più che evidente. Nell’articolo che citi provo infatti a spiegare come quella che ci sta dinanzi sarà appunto l’epoca dell’automatizzazione algoritmica per cui diventa disperatamente urgente trovare modelli e linguaggi per negoziare questi modelli inesorabilmente automatici.

Quando affermi che bisogna negoziare la potenza di calcolo, a cosa pensi esattamente? 

Al vero buco nero che ci propone la rete. Noi usciamo da un secolo, il ‘900, in cui un’altra poderosa rivoluzione tecnologica- il fordismo industriale– ha trasformato la vita del pianeta, imponendo a fronte di uno straordinario miglioramento delle condizioni di vita nel passaggio dall’agricoltura all’industria, un sistema basato sulla rigida gerarchizzazione del modo di produrre e di vivere. Quest’inferno è stato mitigato e fortemente migliorato da un altrettanto poderoso processo di negoziazione innestato dal movimento del lavoro, che ha trasformato le fabbriche in luoghi civili e la società in un ambiente di reciproca tolleranza ed assistenza, inventando il welfare. Ora nel passaggio dalla società del lavoro a quella del sapere è rimasto inevaso il modello negoziale: chi e come negozia con il software?

Chi dovrebbe farlo, quindi?

Un sistema senza negoziato è un sistema senza politica democratica perché gli interessi sociali non trovano modo di manifestarsi e di mediarsi reciprocamente. Questo buco nero, a mio parere, è la causa di quella che chiamiamo oggi la crisi della democrazia e la sfiducia nella politica. Qualcosa per fortuna si sta muovendo: stati nazionali, comunità civili, soggetti economici e culturali, singoli individui, stanno prendendo coscienza che quel sistema straordinario di relazione e di produzione immateriale che è la rete vede manifestarsi una soverchiante potenza di azione da parte di monopoli di servizi e prodotti basati sul software: Apple, Google, Facebook, Amazon, sono sistemi che coinvolgono milioni e milioni di persone in relazione da cui traggaono enormi profitti che re investono nella successiva fase di innovazione. Questa spirale è basata sulla capacità di questi sistemi di condizionare e guidare i nostri comportamente medianti la continua raccolta e rielaborazione dei dati che rilasciamo. Questo meccanismo va interrotto e negoziato per permettere alle comunità civili, cioè territorio, comunità professionali, associazioni, individui, di introdurre metodi di reciprocità nello scambio fra dati e risorse tecnologiche.

In pratica, nella tua visione, se io ti dò i miei dati, allora tu mi devi dare i tuoi servizi, gratis…

Sì, il soggetto negoziale al momento è un’inedita figura di utente/consumatore che si associa sul territorio con le istituzioni locali, come i comuni e le regioni per fare massa critica.

Allora in riferimento al sottotitolo del tuo ultimo libro, cosa significa essere sudditi di Google e Facebook?

Quel sottotitolo è l’esemplificazione del pericolo che vedo: una rete dominata da califfati del software che in virtù del loro potere tecnologico avvolgono l’intero pianeta in un’unica piattaforma sulla base dei propri algoritmi. Io credo che per non essere sudditi bisogna imporre regole e conflitti per negoziare e aprire il software rendendolo bene comune come l’acqua. Google e Facebook oggi hanno gioco facile a proporci grandi semplificazioni della nostra vita in cambio di un’assuefazione al loro dominio. Bisogna rompere questo cerchio, per dirla con il romanzo di grande successo di america di Dave Eggers che descrive la società del futuro tutta interna ad un unico social network. Te lo avevo consigliato questo libro.

Sì, certo, l’ho già comprato… Michele, ma perché per molti colleghi giornalisti Internet è il male assoluto?

Perché è la causa dei loro guai. Come per gli indiani d’America il treno era il male assoluto perché interrompeva l’equilibrio nelle grandi praterie. In entrambi i casi si tratta di nemici invincibili: non possiamo rifiutare la rete che non è la conseguenza della tecnologia ma è il risultato di un modo diverso che ha la gente di vivere e di condividere i propri contenuti. Questo nuovo modo di vivere penalizza soprattutto i mediatori, ossia quelle figure professionali che basavano il proprio status sociale sull’esclusivo potere di gestire l’accesso ad una certa risorsa, nel caso dei giornalisti all’informazione. Internet ha reso non più prolungabile questo gioco.

E non credi che in parte dipenda proprio dalla poca conoscenza degli strumenti di search e social networking, con il relativo cattivo uso che ne consegue? 

Certo che nella società della cononoscenza la formazione è essenziale, ma insisto per i giornalisti il problema è accettare che è finito il tempo dei mediatori e impegnarsi in una riconfigurazione del proprio ruolo a partire proprio dalla negoziazione della tecnologia.

A proposito, se non é più microblogging, cos’é secondo te Twitter per l’informazione?

Twitter oggi è molte cose: agenzia d’informazione, bacheca globale, fotografia di stati d’animo, ma principalmente è un flusso inesauribile in cui si impaginano le comunicazioni del mondo.

All’interno di questo flusso, quindi, come si fa oggi la rassegna stampa?

Giriamo la domanda: con Spotify come si fa il DJ? Ossia qauando il format da statico e chiuso diventa un flusso dinamico e aperto come si gestisce? Si naviga. Dunque una rassegna stampa in un flusso è una navigazione a ritroso di un continuo correre dei contenuti, avendo strumenti e capacità per reimpaginarli in diretta.

Alla luce delle osservazioni fin qui condotte, tu dici che si possono ancora fare differenze tra l’informazione italiana e l’informazione di matrice anglosassone?

Diciamo che le differenze maggiori sono sul versante editoriale. Nel mondo anglosassone è più diffusa la consapevolezza dei cambiamenti e vediamo che i grandi giornbali di quella cultura stanno rapidamente cambiando segno e natura: il New York Times, il Guardian, il Financial Times, il Washington Post stanno diventando dei grandi cetro servizi che distribuiscono un’infinità di competenze e saperi di cui le news sono solo un pretesto… da noi siamo ancora abbarbicati all’idea di giornale predicatore, che racconta come deve girare il mondo.

È auspicabile pensare alle nuove competenze nel giornalismo come spendibili non solo in aree come il digital marketing, ma addirittura nell’urbanistica?

Nel mio libro cerco proprio di analizzare questa transizione: meno giornalisti nelle redazioni più giornalismo nella società. Pensiamo a come si stanno trasformando le smart city, o come si fa il marketing virale, o come si organizza un’associazione on line. Sono tutte forme di nuovo giornalismo sociale.

E se insegnassimo una “filosofia dell’algoritmo” per favorire il cambiamento operativo in tutte le aree sociali? Come lo immagini?

Anche in questo caso qualcosa si muove. L’Internet Festival, la manifestazione più rappresentativa del mondo a rete in Italia, da due anni ormai chiude la sua edizione con una giornata di dibattito sulla filosofia digitale che curo direttamente. All’Università Federico II a Napoli, il rettore Gaetano Manfredi si è impegnato per promuovere un momento di grande convergenza fra matematica, filosofia, sociologia e informatica, arrivando ad ipotizzare un master di I livello. Il modello europeo della rete è questo un approccio critico che legge e analizza i comportamenti digitali alla luce delle radici culturali, come le grandi filosofie di Giordano Bruno, Galileo, Spinozza, Vico…  

Lasciami il tuo sguardo sul futuro, poi ti lascio libero: testualmente, vedi giornalismi in rete o giornalismi nella rete?

Vedo reti di giornalismi, ossia una pluralità di modi di declinare il mestiere nel contensto di una permanente condivisione sociale fra utenti ed esperti. Si accorcia la filiera e si espande la conoscenza professionale.