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Le ragioni della continua caduta del prezzo del petrolio

di mercoledì, 7 Gen 2015

Il petrolio è uno strumento politico, capace di modificare l’andamento di un ciclo economico globale molto più profondamente di quanto non siano in grado di fare tutte le politiche monetarie dei singoli Paesi messe insieme. Le crisi economiche avute dal 1945 ad oggi corrispondono agli shock petroliferi che abbiamo accumulato nella storia e che poco hanno a che fare con le altre crisi di sistema (come in Italia, dagli anni ’80 in avanti) o di speculazione finanziaria (come negli Usa, dal 2008 in avanti). Insomma, la vera definizione di crisi economica se la merita quella che vede mettere in discussione i pilastri su cui si tiene l’economia fino a quel momento: l’oro, il grano, il petrolio o, come in questo momento, la ricerca di altre fonti di energia.

Cerchiamo di ricostruire i fatti: è notizia del 2013 che gli Stati Uniti decidono di voltare pagina, facendo a meno del petrolio entro il 2050. La decisione vorrebbe portare a un taglio dei gas effetto serra dell’80%, tanto che il Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti ha già programmato un calendario preciso che fissa tempi e obiettivi. Il combustibile fossile, stando alle fonti dell’amministrazione Obama, potrebbe persino scomparire dal settore dei trasporti e, secondo il rapporto stilato dal governo, entro i prossimi quarant’anni circa, sette veicoli su otto venduti in California potrebbero essere a zero emissioni.

Attualmente però gli Stati Uniti stanno cercano l’autarchia energetica, diventando già nel 2014 il primo produttore mondiale di greggio, grazie ad una nuova tecnica di estrazione non convenzionale da frammenti di roccia, lo “shale oil”, tra l’altro molto criticata dagli ambientalisti, e prevedono entro il 2020 di diventare completamente autonomi, in modo da non aver più bisogno di comprare energia dall’estero per coprire i consumi nazionali. Inoltre l’amministrazione Obama punta anche allo “shale gas”, la tecnica simile alla prima dalla quale si ricava gas metano.

Nel frattempo, Russia e Arabia Saudita restano i più grandi estrattori di gas e greggio da cui dipendono praticamente tutti gli stati. L’Europa sta reagendo cercando di rendersi indipendente da questi due mercati per andare verso l’offerta americana, mentre la sua domanda di carbone, la più inquinante tra le energie fossili, aumenta. Tutto questo ha sollecitato il crollo costante del prezzo del petrolio, che comunque negli ultimi anni era lievitato con altrettanta speculazione sulle energie.

Oggi il prezzo di un barile di petrolio è inferiore ai 50 dollari, una cifra su cui sei mesi fa alcun analista avrebbe scommesso, basta considerare che nelle settimane successive allo scandalo della Lehman Brothers, nel 2008, il costo dello stesso era arrivato a 40 dollari.

La contrazione del prezzo del greggio negli ultimi sei mesi. Elaborazione bloomberg.com

La contrazione del prezzo del greggio negli ultimi sei mesi. Elaborazione bloomberg.com

È evidente a questo punto che, da quando gli Stati Uniti si sono portati avanti con la produzione di petrolio, l’offerta è sovrabbondante e probabilmente resterà tale per molto tempo, per lo meno per il 2015.

Secondo Jean-Michel Bezat su Le Monde di ieri mattina, infatti in questo momento è record di produzione in Russia e Iraq, e l’Arabia Saudita conferma la sua volontà di mantenere invariati i suoi volumi di pompaggio, contribuendo così a far cadere i prezzi verso il basso, sostenendo di poter arrivare a sopportare anche un barile a 20 dollari. Luigi Spinola su Pagina99 ipotizza si tratti di un complotto geopolitico messo in piedi da Stati Uniti e Arabia Saudita.

Nei prossimi anni, inoltre, dovrebbero entrare in competizione anche i mercati di Angola, Nigeria, Canada e Australia.

Su The Guardian, Adam Vaughan dà voce allo scandalo che lega l’impegno del Regno Unito nei confronti della ricerca di energie alternative e ambientalmente sostenibili.

A gas flame burns in the Khurais oil field, near Riyadh, Saudi Arabia. The UK has given £447m loan to the country’s petrochemical plant Sadara. Photograph: Ali Haider/EPA

A gas flame burns in the Khurais oil field, near Riyadh, Saudi Arabia. The UK has given £447m loan to the country’s petrochemical plant Sadara. Photograph: Ali Haider/EPA

L’unica voce fuori dal coro infatti, scrive Vaughan, al momento è quella del governo britannico che sta finanziando progetti di sviluppo ed esportazione tecnologico-innovative di energie verde nel mondo, invece di sostenere gli investimenti nella produzione di energia sporca di combustibili fossili, tanto che Cameron ha affermato di essere testimone del governo più verde che mai.
Questi progetti includono anche una serie di prestiti per un totale di 528 milioni di sterline per le aziende che lavorano con la brasiliana Petrobras, per favorire l’esplorazione di petrolio e gas. Petrobras è stato al centro di uno scandalo di corruzione enorme in Brasile. Secondo quanto riportato da The Guardian, il prestito è perciò progettato per aiutare le aziende britanniche coinvolte, tanto che Will McCallum, consigliere di politica a Greenpeace UK, ha dichiarato che questa scappatoia permette la UK Export Finance di continuare a finanziare un business dell’energia altamente inquinane basato sull’estrazione di combustibili, mentre si è dimenticato il bisogno urgente di onorare l’impegno internazionale di abbassare la temperatura globale.

A tal proposito, su The New York Times, Joe Nocera ha espresso preoccupazione chiara: il governo americano non sembra essere all’altezza dell’impegno preso e non necessariamente sta operando a favore del cambiamento climatico. Il mondo è inondato di petrolio e non ne ha più così bisogno nonostante l’offerta continui ad aumentare, provocando questa diminuzione dei prezzi che sta solleticando nuove, costose, esplorazioni nell’Artico -ultimo progetto messo in programma- dove i ghiacciai si stanno sciogliendo e le nuove ricerche renderebbero solo nuovi rischi ambientali per il mondo intero.

In mezzo a questo scandali e agli equilibri internazionali precari, il prezzo del petrolio sembra solo usato come un metodo di ricatto per far retrocedere i nuovi mercati.

La buona notizia, è che questa speculazione dovrebbe immediatamente far percepire un aumento del reddito netto a disposizione del consumatore -sebbene a questo punto ci sarebbe da aprire una parentesi a parte-, portando nell’immediato ad aumentare altri consumi. La cattiva notizia è che naturalmente, come qualsiasi altro prodotto, quanto più si lascia tenere basso il prezzo del petrolio, tanto meno si sentirà il bisogno di cercare fonti di energia alternativa e investire, per esempio, nelle rinnovabili o in altre soluzioni tecnologiche che escludono il suo utilizzo. Il problema è che da troppi anni le famiglie percepiscono un bassissimo potere d’acquisto e non calcolano ancora le forme di risparmio a partire da nuovi modelli di scelte di consumo e di produzione dei beni che servono loro, quindi il primo effetto di questa contrazione del prezzo del petrolio è “distensivo”: le persone si sentiranno meno stressate dal carovita e tenderanno a rilassarsi quanto basta per non riflettere sull’importanza di adottare nuovi modelli alimentari, sociali, ambientali ed economici in generale che abbiano effetti positivi nel medio-lungo periodo e non, etereamente, nel brevissimo periodo, come sta accadendo ora.

Cosa sia socialmente ed economicamente sostenibile, in tutto ciò, sembra non interessare al mondo. I cittadini sono sotto una campana di rumore assordante, mentre una folle dittatura dell’oro nero sta portando gli detentori del potere verso il suicidio. Certo, se se ne accorgeranno in tempo, tenteranno di salvarsi, innescando automaticamente altre tensioni per nuovi conflitti internazionali. Non c’è che una via per evitare tutto questo.