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Non rispondo sempre a telefono

di martedì, 29 Mar 2016

27 dicembre 2015, 15:07

Sono di nuovo in viaggio, verso Roma, che sta diventando la mia nuova casa, la mia nuova vita. Non piove da settimane, è una fine dell’anno tiepido e soleggiato, ed é facile mantenere il buon umore.

É appena uscito il nuovo album di Erykah Badu, anche questo in punta di piedi, eccentrico, ironicamente liberatorio. È tutta una risposta a telefono. Portare il telefono nei rapporti umani. Usare il telefono per aprire e chiudere le relazioni.
Mentre un‘Adele di turno canta “Hello”, Erykah Badu intona infiniti “Hi”.

Per me Erykah Badu é quella trasformista che interpreta Tyrone in infiniti modi diversi, come se a farlo fossero ogni volta musicisti differenti.

La mia preferita è la rock cover di se stessa, quella in cui prende in giro tutto ciò che rappresenta il movimento dietro i My Morning Jacket e tocca note inesistenti, di cui la sua discografia non ha mai avuto bisogno, tra le altre cose.

Quello che arriva nel 2015 non è un album d’impatto, sembra piuttosto il preludio di qualcosa che arriverà quando non ce lo aspettiamo. Dal punto di vista della logica industrial-discografica sembrerebbe una mossa poco strategica. Ma quale strategia dovrebbe avere un’indipendente che è abituata a stare fuori dai cliché commerciali, che non usa neanche tutta la sua voce lasciando che sia solo un soffio lento e profondo a dare ritmo, leggero e bollente, come fuoco, come se non dovesse mai dimostrare qualcosa in fatto di musica?

29 marzo 2016, 00:45

È da mesi che non scrivevo, come se oltre ad essere stata inghiottita dalla mancanza di tempo per dedicarmi alle mie cose preferite tutte, mi avesse preso una sorta di blocco dello scrittore. Ho lasciato in bozze post sulla massoneria della musica visti gli scandali di Tidal, post sul terrorismo dopo le ultime dolorose vicende di Parigi, e post come questo in cui un paio di cuffie in viaggio mi davano lo slancio a parlare un po’ dei cambiamenti che sto vivendo.

Roma intanto è diventata la mia casa. Non che lo desiderassi, o forse quando in passato lo avevo fatto in preda a tanta rabbia in corpo non ero stata abbastanza moderata da desiderarlo poco. Così, come tutti i desideri, alla fine si è avverato. Ero così legata a Napoli, alla bella casa che avevo finalmente trovato in Viale Michelangelo dopo mesi di ricerche, quando una telefonata a fine ottobre – Ciao, Rosanna, cosa fai? Ci serve il tuo aiuto a DoLab School – interrompeva quel ritmo sereno in cui si scandiva la mia quotidianità tra progetti vecchi e nuovi. All’ascolto di quelle parole a telefono la mia prima reazione è stata una fragorosa risata, pensavo a una sorta di scherzo. Successivamente, raccogliendo le informazioni che servivano alla comprensione della richiesta, ho rifiutato la proposta. La prima persona a cui lo confidai è stato Alessandro Mazzù, per cui il lavoro alla Scuola di Webmarketing di Napoli mi sembrava potesse entrare in conflitto con la nuova chiamata. Proprio lui, a cui raccontavo il paradosso, mi ha immediatamente spinta a valutare seriamente il lavoro e accettarlo. Chiunque altro al suo posto non lo avrebbe fatto. Nelle settimane a venire, incontrando quelle ragazze che adesso fanno parte delle mie giornate – Alice, Sara, Valeria e Paola – dei miei tanti pensieri quando sono in viaggio o in pasticceria, molte cose cambiavano velocemente.

Tutte queste persone e queste situazioni, nel loro insieme, mi hanno aiutata a lasciarmi andare a un cambiamento che era più grande di me e che non dovevo controllare. Ho assecondato il flusso e sono venuti giorni di grande felicità. Lo strappo da Napoli non è stato indolore. Mi sono ribellata anche a Roma, e non ho ancora finito di farlo, ma eccomi qui, nel giro di niente, a riascoltare quest’album su Deezer. E sorridere. Stavolta senza cestinare questa bozza, ma dandole una fine.

È una storia di telefonate, quella degli ultimi mesi. Telefonate che tradiscono i nuovi amori per l’ex fidanzata, telefonate di vaffanculo perché non mi basta stare bene a metà, telefonate di flirt evitati, telefonate che non pensavo sarebbero mai state lavoro, telefonate perse, telefonate mai rifatte, come al solito perché non ne avevo voglia e preferisco essere odiata per una telefonata mancata che rispondere annoiata. Telefonate che poi non volevano arrivare, per non rovinare la bellezza per quella decisa delicatezza di saper avere tutto.

Le cose sono andate molto velocemente: i corsi alla scuola di Napoli poi si sono fatti, alla scuola di Roma poi ci sono entrata, “But you caint use my phone” è entrato nella Top 50 dei migliori album 2015. L’abbraccio di tante persone intorno ha intanto avuto, ha, una potenzai straordinaria sul mio viaggio di vita. Non ho ancora trovato il modo giusto di raccontarlo e dichiarare un altro cambiamento, più profondo, interiore, eppure anche questo sfuggirà al mio controllo razionale e saprà svelarsi.

In fondo, l’ultimo album di Erykah Badu mi piace anche perché racconta un po’ come sono e non mi fa sentire sola. Il resto è inutile cercare di dirlo.

La storia, e la cultura musicale che trapela da ogni brano di questa figlia d’arte – un piccolo viaggio tra stili – non hanno bisogno di spiegare altro. Permettersi di fare quel che si vuole, come quando di decide di non rispondere a telefono, è ricchezza. E la libertà è l’unico vero lusso: la sintesi di “But you caint use my phone”.