• it
  • en
Cerca qui

Pino Daniele, sketch

di lunedì, 5 Gen 2015

Pino Daniele è giovane, rabbioso, vitale. È un ciclone. Il dialetto napoletano che usa, lontano dal folklore, lo aiuta e rinforza la sua rabbia, dandole anche quella malinconia tipica del napoletano nato a Napoli, blue, struggente ma non rassegnata. Incide dischi letterari, osserva la realtà e parla, ma è solo, perché quel tipo di poetica del cantautorato a cui anche lui appartiene non ha mai goduto nel nostro Paese di un’eccessiva fortuna, nonostante l’iniziativa di alcune etichette sin dai tempi di Nuova Accademia o Istituto Internazionale del disco.
Di fonte a tanta mancanza di orecchie -metafora della situazione sociale che viviamo- la sua rabbia è impotente, senza orizzonti e può portare alla follia. Infatti lui ad un certo punto esplode e urla, non canta

Je sò pazzo, non mi date sempre ragione e lo Stato questa volta non mi deve condannare, e non sono menomato, sono pure diplomato…

E lo fa, “da grande”, anche in versione jazz per il pubblico di Webnotte.

Gino Riotta ha scritto di lui di che pur essendo erede di Napoli Centrale, di Carosone e di Peppino di Capri,

resta la voce più solida di questi anni in cui tanto andare in avanti s’è raccolto, poi arrestato, e resta adesso sospeso senza sblocco.

Come gran parte della musica napoletana, i testi di Pino Daniele sono poesia a parte , anche se nascono come canzoni. Non è un caso che nei confronti della musica napoletana gli uomini di letteratura non abbiano mai conservato il tipico snobismo che li ha contraddistinti e che poeti come Libero Bovio, Ferdinando Russo e altri siano stati disposti a collaborare con qualche musicista napoletano per dar vita a un nuovo prodotto: la canzone. Basta pensare che solo Salvatore Di Giacomo sia stato artefice, insieme a Eduardo De Filippo, di “Eduardo legge Napoli”, oppure che abbia guidato Sophia Loren con Vittorio De Sica, rispettivamente per dischi del 1967 e del 1963.
Lo ha fatto di recente, di nuovo, anche Erri De Luca con “La musica provata”, il libro-film sull’istinto musicale napoletano che proviene dalle radici di una non-terra, quel tamburo che è il suolo sopra il Vesuvio, coinvolgendo tra gli altri Stefano Di Battista e Nicky Nicolai.

È fuori dubbio che alla radice della canzone italiana oggi ci siano elementi come la napolitudine di Pino Daniele o la dolce ironia di Lucio Dalla, l’antiretorica di Francesco De Gregori, l’epica di Francesco Guccini, lo humour di Paolo Conte, la rabbia di Eugenio Bennato, che hanno definitivamente influenzato la musica leggera e popolare.

Fratelli, che si riconoscono.

Quando escono i dischi che contengono tutti questi concetti, non vendono né riescono a stabilire una grande comunicazione con il pubblico, esattamente come accadde anni prima con Tenco, Gaber, Lauzi, Endrigo o Modugno, loro precursori, perché prima che l’industria musicale diventi capace di apprezzarli deve capire che le loro canzoni vanno lette in chiave poetica, grande pregio di fattura italiana quando si parla di musica.
Non è mai stata colpa di nessuno se la canzone italiana abbia ricevuto risposte dall’industria discografica, e dal pubblico stesso, sempre in ritardo di qualche decennio: troppi motivi storici ci hanno spinti puntualmente a volgere lo sguardo oltreoceano e a mettere a paragone gli artisti stranieri con i nostri poeti, lasciando i secondi soli e inascoltati per molto tempo.

In tutto questo caos di gusti, abitudini e italianità post boom economico, Pino Daniele continua a lavorare, resta romantico, arrabbiato, impara anche a sorridere, più tardi, quando i capelli smettono di coprirgli quel ciglio preoccupato sulla fronte. C’è chi con lui ci ha fatto film, e chi come me, sin da bambino ha sognato di fare la radio (o la canzone) immaginandoselo suonare di fianco, qualcun altro ha avuto la fortuna di averlo di fronte, sul palco, ad un suo concerto. Una vita di canzoni, e battaglie, di spalle voltate, di battute “sbagliate” che sarebbe impossibile racchiudere in un’unica pagina nella storia del nostro Paese. Ovunque lo ritroveremo.

In Italia, per esempio è Mina a scegliere nel repertorio di Pino Daniele una canzone e rifarla, per l’album “Napoli – secondo estratto”, finita poi insieme ad altre collaborazioni fatte con Franco Battiato, Mario Biondi e J-Ax per “Boogie boogie man”, la raccolta in chiave acoustic jam di alcuni dei suoi migliori brani.

Invece, proprio mentre in Italia esce “Bella ‘mbriana”, nell’83 sta per nascere con Richie Havens un album studio prodotto da Pino Daniele, con la collaborazione di Tullio De Piscopo e altri musicisti napoletani, che si chiama “Common Ground”, destinato al pubblico americano. Ironia della sorte. Resta tutt’oggi una rarità stupenda che vive nell’unica produzione esclusivamente in vinile…

In “Dear John” è impossibile non riconoscere la sua influenza sul disco, dal secondo minuto in poi sembra addirittura accennare alla tipica musica ideale per una scena di un film di Massimo Troisi.

Si bagnano gli occhi, si stringe il cuore. Sembra incredibile, quanto incredibile la nostra reazione alla notizia. È la napolitudine, con la musica napoletana, profondamente radicata nella musica contemporanea internazionale e nella nostra identità, che oggi ci ha svegliato con uno schiaffo in faccia, per ricordarci chi siamo. Che non c’è tempo in questa vita, e che dobbiamo prenderci Tempo.

  • fausto mesolella

    Secondo me la produzione di Pino Daniele va prima letta e poi discussa..La musica ha il tempo a favore dell’inganno..le parole no..Basta leggere i testi delle prime canzoni per capire dove il disgusto ha preso il sopravvento sulla ragione meridionale..fausto mesolella.

    • Grazie per l’intervento, Fausto, è un grande onore avere il tuo punto di vista. 
      Proprio in questi giorni mi hanno colpito le parole di un napoletano che dicevano che Napoli sta piangendo così tanto Pino Daniele perchè lui ha avuto il coraggio di condannarla pubblicamente e dirle che sta sbagliando tutto. “Sì, va bene, le contraddizioni. va bene, la storia, tutto. Ma puos stu mandolino, iett sta pizza e vir e te movere” lo puoi dire a qualcuno solo quando ami veramente. Il resto è corteggiamento, attrazione, flirt. Se ami qualcuno non gli perdoni niente, e lui, come sicuramente altri, non hanno mai perdonato niente a Napoli e non hanno avuto paura di distaccarsene e dimostrarle disgusto per quanto lei è capace di essere in alcune circostanze.